I grandi di Como – Intervista a Davide Van De Sfroos
A due passi dal Pràa de la Taca, in frazione Bonzanigo di Mezzegra, c’è un vecchio casolare di pietra antica, che guarda il lago e il Ponte del Diavolo. Quando ha voglia di attimi di solitudine, lui si rifugia qui e, qui dentro, oltre alla sua chitarra, qualche disco, libri e la foto del Cimino, c’è, e ben in vista, un elmetto giallo da minatore, pieno di firme.
Lui è Davide Bernasconi, in arte Van De Sfroos. Prende l’elmetto, lo guarda e dice: «C’è chi conserva gli autografi delle star, io sono legato a questo regalo dei minatori di Frontale».
I minatori. È la prima volta che li canta, ma ne è rimasto affascinato.
Ho avuto la possibilità di stare al tavolo con uomini che hanno scavato il San Bernardino e il Frejus, che erano nelle miniere del Sud Africa e dell’Australia, gente che ha visto la terra dalla parte del suo ventre, in luoghi dimenticati da Dio e dal diavolo. Sono rimasto incantato.
Ma è vero che esiste il “mal di miniera”?
Sembra incredibile, ma è vero. È una sorta di mal d’Africa. Ho incontrato giovani, figli di minatori, che mi hanno espressamente detto di sentire il richiamo del lavoro sottoterra, sì, proprio appassionati dalle viscere della materia.
Tutt’altro lavoro quello del Cimino, il contrabbandiere.
Il Cimino vive a Sala Comacina ed è diventato protagonista di una mia canzone, perché lui stesso, di sua spontanea volontà, è venuto a raccontarmi la sua storia.
Eppure il Cimino non è stato uno dei più noti contrabbandieri.
Infatti. Ma è la grandezza del Cimino come personaggio che fa la canzone, non tanto quello che lui ha fatto come contrabbandiere.
C’è chi l’accusa di fare un’apologia dei contrabbandieri.
Io non ho mai inneggiato al fuorilegge in sè, ho solo raccontato la vita di un’epoca, dove anche l’essere fuorilegge era frutto ed espressione di quel tempo e della miseria che c’era.
E oggi c’è gente che, addirittura, va a bussare alla casa dal Cimino.
Sembra incredibile, ma è vero. Nei week end, la sua casa è meta costante di turisti e fans di quella canzone.
E poi il Cimino li porta da lei.
È capitato proprio nel periodo di Natale. Quattro ragazzi erano arrivati a Como, pensando di partecipare ad un concerto che di fatto non c’era. Per non tornare a casa a mani vuote, sono andati a cercare il Cimino.
E lui li ha dirottati a Mezzegra.
E ha fatto bene, quei poveracci arrivavano fin dalle Marche. Abbiamo aperto una bottiglia di vino, abbiamo cantato la canzone del Cimino e sono andati via contenti.
E lui, il Cimino, come vive questa inaspettata notorietà?
Sta vivendo una seconda primavera ed è soddisfatto, perché l’entusiasmo che è nato intorno a lui e a questa canzone é il segno che sopravvive la memoria di quell’epoca. Lui tifa perché questa sorta di nostro far west non venga dimenticato.
Qualcosa del genere succede anche all’Alain Delon de Lenn
Adesso che si è scoperto che l’Alain Delon de Lenn vive praticamente il suo dopolavoro alla cooperativa di Lenno, molti vanno lì per conoscerlo e lui si diverte un mondo, nel vedere tutto questo interesse.
E anche lui compare nei concerti.
Ci sono delle volte che si svela e sale sul palco e delle volte che preferisce restare dietro le quinte. Quando poi è in forma racconta il suo personaggio in modo davvero simpatico. Ride di se stesso e partecipa al gioco.
E quel mito di Abbate, il costruttore di barche di legno?
Beh, il Guido non aveva certo bisogno di me per essere conosciuto. Ho scritto quella canzone, solo come omaggio a un grande uomo che è stato il pioniere della motonautica, riconosciuto in tutto il mondo.
E lei l’ha conosciuto davvero Guido Abbate.
Quando un uomo arriva a costruire una barca, sacrificando persino il corredo matrimoniale, significa che crede davvero fino in fondo in quello che sta facendo. E la storia gli ha dato ragione.
E non le sembra che sia ora di svelare chi sia il Genesio?
Ma il Genesio è un’ombra che puoi riempire. Il fatto che ovunque io vada, che sia Ginevra o Lampedusa, mi senta dire «Il Genesio sono io», significa che questi personaggi sono dei contenitori di possibili esistenze.
E il “bestia” così tanto simile a molti di noi.
È una sorta di orco, nato senza l’idea della bellezza e senza valori positivi. È l’allegoria di chi è costretto a crescere in un ghetto, dove si insegna solo il male e la cattiveria. Il bestia è l’emblema vivente della mancanza di indirizzo al bene e al bello.
E viene salvato da una donna.
Gli basterà vedere una donna e sarà rapito dalla sua bellezza. È quello che succede anche a noi quando vediamo certi gesti solidali: diventano uno sprone al bene.
Sei concerti in carcere. Decisamente una scelta e non un caso!
Una volta ho incontrato un medico che mi ha detto: «Davide, non dimenticarti della realtà del carcere». Io non ho dato molto importanza a quella frase, se ne sentono tante…
Ma poi un prete…
Un cappellano di carcere mi ha raccontato la sua vita dentro un penitenziario e mi ha incuriosito. Ho chiesto di poter entrare a suonare e adesso sono già al sesto concerto.
E che mondo ha incontrato?
In un carcere c’è chi ha ammazzato delle persone e chi ha sbagliato a fare il 740. C’è chi sta per uscire e chi non uscirà mai. Gente magari cascata in una trappola e delinquenti incalliti, Innocenti che non riescono a dimostrarlo e criminali che sono orgogliosi di esserlo.
E lei, oltre alle canzoni, che cosa racconta ai carcerati?
È più facile starli ad ascoltare che parlare. Io ho solo saputo dire loro di non credere che fuori esista la libertà. Anche noi siamo dei prigionieri, magari a cinque stelle, ma comunque prigionieri.
E la libertà?
La libertà non è quella che crediamo di avere. Ci danniamo per avere la megavilla, per poi scoprire quanto avevamo voglia di un casolare in montagna. Arriviamo ad avere la casa sempre piena di gente, per capire quanta voglia avevamo di un amico solo. Abbiamo l’ossessione della ricchezza e poi scopriamo che siamo ricchi e infelici.
Il concerto più bello è stato quello al Forum di Assago, con oltre 11 mila spettatori?
È stato sicuramente un concerto che ha segnato uno spartiacque nella mia carriera, ma io non posso dimenticare le emozioni anche dei piccoli concerti, dal paesino siciliano di Alcamo a piazza della Riforma a Lugano, spettacoli in teatro compresi. Insomma, non è il numero delle persone che rende bello un concerto.
E ora, il tour teatrale che senso ha?
I concerti allo stadio sono uno spettacolo pirotecnico, ma in teatro c’è il rapporto diretto con il pubblico, si sente la gente, si percepiscono le reazioni. È qualcosa di affascinante.
Di tanto in tanto si vedono anche volti molto noti nelle sue platee.
Al di là dei personaggi importanti che hanno dimostrato ammirazione per le mie canzoni, è bello sentire che vengono apprezzate da tutti, a prescindere dall’età, dall’estrazione sociale e dalle idee politiche.
Paolo Conte l’ha citata persino in una conferenza stampa.
Mi ha sorpreso, visto il suo carattere schivo. Il fatto che un artista di quel calibro abbia esternato il suo apprezzamento per la mia musica ha meravigliato me, ma ha meravigliato anche tutti i giornalisti presenti. Per me è stato un onore e motivo d’orgoglio.
Ma i figli cominciano ad essere orgogliosi del loro papà?
Sanno il lavoro che faccio, loro stessi hanno un buon senso del ritmo, vanno a cercare la musica e quando vengono ai concerti si divertono. Io però non mi sono mai permesso di propinare loro le mie canzoni.
E che cosa insegna ai figli?
Io gli dirò sempre che la guerra fa schifo, che con le armi non si cambia il mondo, gli insegnerò la lealtà e il coraggio, gli dirò che esiste una spiritualità, ma non gli dirò mai quello che devono fare.
E sul palco salirà mai un secondo De Sfroos?
Sono sincero. Se io un giorno vedessi gli occhi di uno dei miei figli illuminarsi, perché vuole fare il minatore… che minatore sia.
Ma che nessuno sia un Cimino!
Giuseppe Guin
(fonte: La Provincia di Como)





